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Contest "Mondo in valigia" - la storia di Erika Garimanno

02 Aprile 2025

7 minuti

Il contest ‘Mondo in Valigia‘, nato per celebrare l’emigrazione italiana ed indirizzato principalmente alle scuole, ha visto una partecipazione inaspettata ma particolarmente toccante. Erika Garimanno, psicologa e docente di italiano da tempo trasferitasi a Mar del Plata, in Argentina, ha voluto condividere la sua storia di vita e di legame con l’Italia. Il suo racconto, che esplora il complesso rapporto tra radici e nuovi orizzonti, ci porta in un viaggio emozionale tra Piemonte e Argentina, tra ricordi e presente, tra la nostalgia per ciò che è stato lasciato e la ricchezza di una identità multiculturale. Scopriamo insieme la sua testimonianza.

 

Trent’anni fa circa la mia vita cambiava completamente.

Non avevo mai avuto l’intenzione di vivere in un altro paese e poi mi sono ritrovata, in un men che non si dica, in Argentina; qui, in un tiepido pomeriggio autunnale, mentre galoppavo sulla riva del mare, ho sentito che quell’ambiente piacevole e rilassato mi stava invitando a restare. Non è stato difficile, conoscevo il Paese perché venivo a trovare i nonni materni nel periodo delle vacanze natalizie italiane.

Sono figlia di madre italo argentina e padre italiano, nata in Piemonte,  dove ho vissuto per 20 anni; nel 1993 sono arrivata in Argentina, lasciandomi alle spalle il vero Natale, quello bianco,  le mie amate colline,  le mie acquitrinose risaie, le mie innevate Alpi. Potreste pensare che usare un aggettivo possessivo per descrivere queste bellezze possa sembrare un po’ presuntuoso.

Quando emigri, ti accorgi che ciò che prima non consideravi così importante diventa ora qualcosa di prezioso, perché qui, dall’altra parte dell’oceano, tutto è diverso. Ogni luogo ha la sua unicità e quando lasci la tua terra devi confrontarti con la nuova vita e quella passata, devi rinunciare e rinegoziare; riacculturarsi richiede tempo.

 Nel mio caso, la lingua non è mai stata un problema, dato che ho imparato lo spagnolo insieme all’italiano e ho assorbito entrambe le culture senza difficoltà. Eppure mi sono chiesta più di una volta a quale dei due paesi sentissi di appartenere davvero. Così, per cercare risposte e dare un senso alla mia vita qui in Argentina, ho deciso di studiare Psicologia. Mi sono appassionata allo studio e alla ricerca universitaria sulla complessità della coesistenza di più lingue in una persona, concentrandomi poi sugli aspetti legati all’emigrazione degli italo-discendenti nella città in cui vivo ancora oggi. Allo stesso tempo, avendo anche una formazione letteraria, mi sono dedicata a prepararmi per insegnare l’italiano agli stranieri; oggi queste due passioni si intrecciano nel mio lavoro. Ascolto storie, racconti, ricordi e desideri e insegno la mia lingua per sentirmi più vicina a casa e per aiutare a dare un nuovo significato alle storie di migrazioni, siano esse scelte, forzate o inaspettate. La casa può cambiare e io, di case, ne ho avute molte, ma quel luogo simbolico e reale che rappresenta il rifugio, la sicurezza,l’ intimità e la stabilità è sempre in una sorta di battaglia interiore. La nostalgia si muove tra il mare e le montagne, tra i treni ad alta velocità che mi portano verso le grandi città e l’autobus che viaggia con calma, offrendomi panorami spettacolari e chilometri di Pampa silenziosa.

Emigrare è come un mal di testa e di fatto la sua etimologia ci spiega che significa «metà della testa»: cosi mi sono ritrovata a fare i conti con me stessa per mantenere a bada quel sentimento e quella sensazione di scissione,  poter trasformare i momenti di nostalgia in momenti di gioia e pace interiore,  raccontare quanto sia importante unire le nostre radici con profondo rispetto e riconoscimento nei confronti dei paesi che lasciamo e che abitiamo.

Allora, come si vive nel nuovo mondo? Si parte alla ricerca di altri italiani e dei sapori che ci riportano indietro nel tempo. È un viaggio che risveglia la memoria olfattiva e riapre il cassetto dei ricordi legati alla dolce Nonna Nina. Ricordi di quando i fonzies erano il premio per un bel voto, della liquirizia che il nonno nascondeva nel secondo cassetto degli attrezzi e del cucciolone che occupava religiosamente un suo proprio spazio nel congelatore, nascosto dietro la carne macinata per il ragù della domenica. Immancabili i cappeletti in brodo, perfetti nelle fredde sere invernali. A volte, queste ricerche possono richiedere giorni interi e se alla fine non troviamo esattamente quello che cercavamo, ci accontentiamo di qualcosa che gli somiglia.

Ma, lo sappiamo bene noi italiani all’estero: i sapori non sono mai come i nostri!

 Si cerca la lingua, a volte anche il dialetto, per riattivare il ricordo delle feste di paese e poi, si va in campagna o almeno si cerca di andare verso una campagna che non esiste; si va fuori città, per scoprire che gli orti non si coltivano allo stesso modo.

 Quando il nonno materno è arrivato in Argentina, nel 1950, lui sapeva fare bene l’orto, come lo avevano fatto da generazioni tutti i nostri antenati contadini; cosi quando mi sono trasferita qui in Argentina mi piaceva aiutarlo: la raccolta dei fichi, le foto con delle zucche enormi, la sgranatura dei piselli e poi l’arrivo dell’uva bianca, tutto con i semi che il nonno si era portato dietro e grazie ai contributi di quelli che andavamo avanti e indietro negli anni successivi, dopo che nonno aveva smesso di venire in Italia.

Lui era riuscito a far crescere tutto questo ben di Dio su un suolo quasi del tutto arenoso, perchè nonno, dopo la guerra, aveva scelto di vivere vicino al mare e in mezzo alle dune di sabbia per sentire che quella libertà che gli era stata levata negli anni della prigionia in Germania, poteva ora riprendersela tutta e lí nessuno lo avrebbe disturbato.

Mio nonno, piemontese Doc,  dopo due anni fuori casa dove nessuno sapeva se ce l’avrebbe fatta a risalire le colline del Monferrato, ha camminato giorni e giorni sotto le macerie, la polvere e gli ultimi spari di fucile, ha dormito nei fienili abbandonati di ritorno a casa da Berlino fino al “ Centro mondiale “, come lui amava chiamare il suo amato paesino, l’ultima parte pianeggiante prima della salita verso le colline del Monferrato. Questo ricordo fa parte dei miei gioielli preziosi e che si aggiunge ai racconti raccolti sulla vita dell’altro nonno, quello paterno, che invece era nato proprio alla fine della salita, proprio li, vicino al Castello donato nel 1164 da Federico Barbarossa al Marchese Guglielmo II di Monferrato: il maniero si ergeva protagonista tra le valli.

 I nonni si conoscevano, erano praticamente quasi coetanei, frequentavano lo stesso bar, gli stessi amici: poi la guerra ha diviso tutti.

Loro si sono ritrovati per un periodo, nei campi di lavoro in Germania, poi si sono persi di vista. Il nonno paterno, una volta rientrato in Italia, si dedicava a cantare e suonare la chitarra, era riuscito a trasformare tutto quel dolore in musica e allegria, era un animatore di feste!

Non l’ho conosciuto, perché è venuto a mancare prima della mia nascita. In ogni caso, questi due uomini, dopo anni di sofferenza, di distanze, di silenzi si sono ritrovati quasi vent’anni dopo, agli inizi degli anni 70, in una grande festa sempre li tra la pianura padana e le colline del Monferrato.

Questa volta in un clima di giubilo in occasione della visita del nonno che veniva “dall’America”, i due avoli avrebbero discusso o quantomeno introdotto il possibile futuro nuziale dei miei genitori, allora giovani sconosciuti fino a quella fatidica sera: i due si innamorarono tra i balli tipici piemontesi che mio padre introduceva senza sosta e l’accento spagnolo di mia madre che si mescolava con i dialetti dei parenti ed era la novità del piccolo comprensorio. Da un lato una storia come tante altre: innamoramenti, viaggi sull’Eugenio C, pianti, radicamenti, lontananze, partenze definitive, lettere via aerea, nuove vite. Cosi sono arrivata anch’io a questa terra, prima l’Italia e l’Argentina oggi.

Scrivere in italiano, insegnare la lingua italiana, sostenere psicologicamente nelle loro scelte italiani e argentini, mi mantiene in connessione con l’Italia, mi fa sentire sempre a casa, anche se sono a 13 mila chilometri di distanza.

Credo di aver trovato un sano equilibrio che contribuisce a sentirmi più unita. Ogni giorno, immagino nuove connessioni con il mio amato Piemonte, mentre aspetto con entusiasmo il prossimo viaggio. Non vedo l’ora di toccare, gustare, ammirare, ascoltare e annusare il rosso dei papaveri in fiore tra le colline, avvolte dai profumi primaverili che annunciano l’estate imminente. E mentre assaporo una fragola appena raccolta, sento il contatto morbido dei prati che mi sussurrano: “Bienvenida a casa, figlia della terra“.

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